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Nov 23
Il Cavallo Siciliano Indigeno PDF Stampa E-mail

Premessa:
- La storia dell'origine delle "razze" è estremamente difficile da ricostruire.
- Razze equine pure, sono una rarità.
- La storia dell'equitazione è tutta una storia di migrazioni, invasioni armate, commerci, rapine, scambi volontari o forzati. Pochissimi popoli dell'antichità hanno saputo veramente curare la selezione di una "razza", e quasi sempre sono riusciti a conservarla solo per periodi limitati di tempo.
- Non ha senso cercare in una razza dei nostri giorni l'antenato di una "razza" addomesticata quattromila anni fa".

(da "Il Cavallo nella Storia Antica" - di Augusto Azzaroli - 1975 - L.L. Ed. Equestri).

Introduzione:
Il Cavallo Siciliano Indigeno odierno:
Il Cavallo Siciliano (Siculus), quello odierno che varca il terzo millennio, rappresenta il "prodotto" ed il "sunto" (*1) di tutto quanto è avvenuto sull'Isola sia nell'arco di millenni ormai remoti che in seguito alle più recenti e più frenetiche vicende storiche e sociali. Questo cavallo, così fortemente legato al suo territorio e ben ancorato alla sua storia "euro-mediterranea" è al contempo già proiettato nel futuro in virtù della "storica-vocazione-territoriale" dell'Isola da cui proviene e grazie alla linfa vitale attinta dalle proprie radici profonde. Il suo avvenire, tuttavia, sarà in gran parte determinato da noi oggi, essendo il "Cavallo Siculo" ancora esposto a tutte le scelte e vicissitudini del presente. Dunque non ci resta che approfondirne la conoscenza, poiché "bisogna conoscere per decidere"(*2), non prima però di aver riflettuto a fondo su ogni scelta presente e futura da attuare, rimandando "ai posteri" il giudizio sulle nostre azioni!!

Ciò che in questa sede ci preme maggiormente è ripercorrere idealmente e ricostruire nel modo più corretto e verosimile la lunga storia del Cavallo Siciliano, con l'intento di "narrarla" e "trasmetterla" alle giovani generazioni, affinchè lo possano conoscere apprezzandolo appieno, imparando ad amarlo e rispettarlo, anche al fine di tutelarlo da "eventuali" rischi di oblio e di estinzione, rammentando sempre che il "Cavallo Siciliano non deve da noi essere inteso quale eredità ricevuta in dono dai nostri padri e dal passato, ma più propriamente quale prestito concessoci dai nostri figli e dal futuro" .

*1 - "sunto storico-culturale-genetico-ambientale"
*2 - L. Einaudi -

Parte Prima
La Preistoria:

I Cavalli nell'arte rupestre siciliana:
I graffiti delle grotte del Palermitano e del Trapanese

Storia del cavallo in Sicilia
La preistoria, i cacciatori del Paleolitico e le loro prime rappresentazioni artistiche "Paleo-Mesolitiche" incise sulle pareti di alcune grotte siciliane, tra le quali spiccano quelle dell'Addaura, di Niscemi e di Cala dei Genovesi.

I cavalli preistorici di Sicilia:
I cavalli , o più precisamente dei "piccoli equidi" classificati come "Equus hydruntinus", erano certamente presenti in Sicilia sin dalla preistoria, in quanto sono ben documentati nei graffiti: "Le prime espressioni artistiche dell'uomo".

Graffiti e pitture rupestri appartengono ai primi passi effettuati dall'uomo per differenziarsi dagli altri animali, sin dagli albori, in quanto produttore di cultura.

Non è affatto consueto parlare di "arte", riferita ad un tempo di cui ancora oggi poco si conosce, ed è certamente difficile parlarne quando la stessa (arte) si intende espressa da un uomo preistorico che con ogni probabilità era oppresso dalle più fondamentali esigenze del vivere, o meglio del sopravvivere quotidiano, ma non è tuttavia impossibile parlarne se "quest'arte primordiale" è intesa quale necessità o "atto del comunicare", e quindi, quale strumento principale usato dall'uomo per rapportarsi ai propri simili.

- L'arte Paleo-Mesolitica rappresenta proprio "quest'arte di comunicare" intesa quale frutto di un'epoca senza mezzi, in cui le esperienze quotidiane più dirette e significative degli uomini rappresentavano la sola vera ricchezza che si poteva possedere.
- Alle origini dell'arte possiamo quindi porre tutta quella "attività espressiva" nata unicamente dall'esigenza di formulare un linguaggio comunicativo diretto.

Per l'uomo del paleolitico-superiore "l'oggetto del comunicare" non è null'altro che la "propria esperienza quotidiana", quell'esperienza maturata dalla pratica quotidiana per potere sopravvivere .

Quindi, con ogni probabilità, nascono anche così tutti quei riti legati alla "propiziazione" che hanno dato luogo a tutta quella serie di "incisioni rupestri", dipinti e oggetti di pietra scolpita che oggi formano il "repertorio artistico" di riferimento per una definizione di "arte preistorica".

In questo "repertorio artistico" troviamo le prime testimonianze della presenza dell'Equus hydruntinus, l'antenato degli equidi in Sicilia. - Si tratta di un "piccolo equide" un tempo largamente diffuso nell'Europa meridionale, ma decimato un po' ovunque dall'uomo in conseguenza della caccia indiscriminata a cui fu sottoposto.

Nel periodo paleolitico le raffigurazioni erano spesso realizzate all'interno di caverne o sotto rientranze di pareti rocciose:
" In Sicilia ne troviamo interessanti testimonianze ben note in ambito europeo poiché sull'Isola (e sulle isolette che la circondano) sono stati infatti scoperti diversi siti e diverse grotte popolate già a partire da circa 16.000 anni fa nel Paleolitico superiore, fino a tutto il Mesolitico, circa 8.000 anni fa, e tra questi siti è il comprensorio palermitano a rivestire un importante ruolo nel contesto mediterraneo, grazie alla incredibile offerta di rappresentazioni artistiche paleo-mesolitiche incise sulle pareti di alcune grotte.
Tutta la cuspide occidentale della Sicilia, con parte della costa settentrionale fino a Cefalù ed oltre, ci offre molteplici e suggestive immagini evocative di vita paleolitica grazie alle innumerevoli grotte che il mare scavò nelle sue fasi trasgressive pleistoceniche, tra le quali spiccano quelle dette Grotta dei Cavalli presso San Vito lo Capo, grotte Niscemi e Addaura presso Palermo e la grotta di Cala dei Genovesi a Lèvanzo (Isole Egadi) .
" A Palermo, sul monte Pellegrino, la "Grotta Niscemi" custodisce rappresentazioni di cavalli che rivestono grandissima importanza per gli studiosi di cose equestri, inoltre questa grotta, con i suoi graffiti ci riporta alle pratiche iniziatiche per propiziare la caccia e alle esigenze di quegli uomini di trasmettere le loro esperienze di caccia alle generazioni successive.

graffiti
Graffiti Grotta Niscemi - Palermo M.te Pellegrino

Sulle Isole Egadi, nella Grotta di Lèvanzo si possono vedere diverse testimonianze, tra le quali spicca anche un graffito rupestre tardo paleolitico che tra le varie cose raffigura un "equino" (Equus hidruntinus) di estremo interesse sia per il tratto che ne delinea le forme ed il modello, che per l'ubicazione, anche se i graffiti sono stati realizzati quando ancora le isole di Levanzo e Favignana si suppone fossero ancora unite alla terraferma ed il mare era più basso. Levanzo, l'antica "Phorbantia", è la minore delle Isole Egadi.

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Graffiti di Lèvanzo

Nel corso… o….alla fine dell'ultima "Era Glaciale": appena un attimo fa nella sfera del tempo geologico…..!

Il Paleolitico:
Non è ancora possibile affermare con certezza e tramite evidenze archeologiche sicure se il territorio della Sicilia fu abitato dall'uomo sin dal "Paleolitico Inferiore" e cioè sin da alcune centinaia di migliaia di anni fa nel corso delle ultime glaciazioni, poiché sono ancora insufficienti e privi di verifiche i dati sin ora raccolti in merito.

La certezza della presenza dei primi abitanti in Sicilia la abbiamo tuttavia dal "Paleolitico-Superiore" (a partire da circa 16.000 anni fa), quando alcune delle grotte del litorale videro insediarsi i primi gruppi di cacciatori.

Quei luoghi in cui vagavano e cacciavano praticamente indisturbati presentavano un ambiente profondamente diverso dall'attuale, sia per quanto riguardava la vegetazione e la fauna presente, che per quanto riguardava la morfologia, soprattutto quella costiera. L'ambiente Siciliano del Paleolitico rappresentava tuttavia un ambiente favorevole all'insediamento umano.
La vegetazione arborea era rigogliosa e fitta, propria del clima temperato e piovoso che caratterizzava la Sicilia dell'epoca e copriva montagne e pianure che erano rese più ampie da una linea di costa più bassa dell'attuale di circa 60 metri. La pianura costiera era talvolta anche occupata da interessanti e vaste aree umide assai differenziate da luogo a luogo anche dalla presenza di sorgenti, acquitrini con acque ristagnanti, corsi d'acqua, zone palustri ecc..
I primi abitanti delle grotte siciliane vivevano sia con le attività di caccia che di raccolta, potendo contare su un ambiente relativamente favorevole che forniva loro sia abbondanti risorse animali che vegetali.
I siciliani del Paleolitico potevano contare sia su foreste, che su radure eventualmente liberate con l'utilizzo del fuoco, che su paludi, corsi d'acqua e fiumi e su una costa marina estremamente accessibile e ricca, da cui potevano trarre con relativa facilità ed in abbondanza prelibati molluschi. Nell'interno, gli animali principalmente cacciati tra la grande fauna, erano il "Bue Selvatico" (Bos primigenius), il "Cavallo Selvatico" (Equus hydruntinus), - unici superstiti delle precedenti fasi medio-pleistoceniche,- il "Cervo" (Cervus elaphus), tra la media fauna spiccavano il "Cinghiale" e la "Volpe".
Tra le rappresentazioni artistiche "Paleo-Mesolitiche" incise sulle pareti della "Grotta Niscemi", sul Monte Pellegrino di Palermo possiamo ammirare una delle prime testimonianze riguardanti gli equini (e forse i cavalli) che vivevano in Sicilia in quel periodo e documentarne con estrema certezza non solo la loro presenza antichissima sull'Isola, ma anche le loro fattezze, non potendo fare a meno di evidenziarne la particolarità e le differenze rilevabili nel profilo delle teste, qui raffigurate a profilo rettilineo (a volte leggermente convesso in prossimità del tratto dorso-nasale) ma anche a profilo tendente al convesso, ma sempre con teste non grandi, incollature non pesanti ed arti lunghi e non grossolani, cosa alquanto atipica per il periodo e difficilmente rilevabile in altri siti archeologici europei.

cavallo-siciliano
cavallo
cavallo

Graffiti, Armi ed utensili in pietra del Paleolitico:
Una grande fonte di conoscenza sui primi cacciatori paleolitici ci è dato ricavarla sia dai ricchi reperti e dall'armamentario in pietra che essi ci hanno lasciato nei depositi stratificati presenti nelle grotte siciliane, sia dagli importanti graffiti di figure animali sulle pareti, che dai resti di pasto stratificati sul fondo delle stesse. Dall'attento esame di tutti questi reperti si deduce con chiarezza sia l'importanza dell'attività venatoria, che la presenza certa dell'antenato del Cavallo in Sicilia, annoverato e chiaramente e mirabilmente raffigurato e stilizzato con estrema precisione dei tratti e delle caratteristiche salienti tra le prede di più grande mole (e più ambite e numerose) del periodo.

Diecimila anni fa, verso la fine del periodo Paleolitico i nostri antenati vivevano essenzialmente di caccia, e per quanto la loro cultura fosse ancora al livello della pietra scheggiata erano divenuti molto efficaci ed abili in questa attività di sopravvivenza, che praticavano intensivamente con frecce, lance, giavellotti, trappole e trabocchetti, spingendo i branchi di animali verso dirupi per farli precipitare o imprigionandoli nelle caverne e nelle tane.
La popolazione umana del periodo era ormai alquanto numerosa e le dure esigenze della vita e della sopravvivenza non consentivano tregue alla caccia, che era praticata senza soste per tutto l'arco dell'anno.

Questa caccia senza interruzioni risultò quanto mai distruttiva per molte specie animali e fu probabilmente il primo dei molti disastri ecologici provocati dall'uomo, poiché la grossa selvaggina ne fu decimata in misura impressionante ed in maniera irreversibile, tanto che numerose specie scomparvero del tutto dalla faccia della terra.

Tra le specie estinte possiamo annoverare il mammut, il rinoceronte lanoso, il bue muschiato, il cervo gigante, l'orso delle taverne ed anche il piccolo equide, l'equus hydruntinus, un tempo largamente diffuso in Europa meridionale ed anche in Sicilia. Anche il leone, il leopardo e la iena scomparvero dall'Europa, forse perché la selvaggina le loro prede erano divenute troppo scarse a causa dell'uomo e della caccia. Molte altre specie furono ridotte sull'orlo dello sterminio ma riuscirono a sopravvivere, in aree che si facevano sempre più ristrette: tra queste il bue selvatico, il bisonte, il cavallo.

Quanto avvenne in Europa non rappresenta affatto un caso isolato, poiché anche gli altri continenti andarono incontro ad un analogo destino quando ovunque si diffusero popoli cacciatori con un livello culturale più o meno equivalente al nostro tardo Paleolitico (cioè popoli che ben conoscevano le tecniche della caccia, ma che ancora ignoravano completamente altre risorse quali la pastorizia e l'agricoltura) .

- La grossa selvaggina subì ovunque una decimazione fortissima.

In Africa questo avvenne intorno a 40.000 anni fa (ma qui , per qualche motivo che ci sfugge, il disastro fu meno grave, forse anche perché la popolazione umana non fu mai molto densa); lo stesso avvenne nell'Asia meridionale.
In Europa e nell'asia centro-settentrionale il forte declino della grossa selvaggina avvenne tra 13.000 e 10.000 anni fa.
Nell'America settentrionale 10.000-9000
Nell'America meridionale e in Australia tra 9000-8000 anni fa.
Nelle due Americhe il declino fu particolarmente drammatico.
Nella sola America del nord l'elenco delle specie estinte in questo volgere di tempo supera la trentina e nell'America del sud è altrettanto numeroso.
In questi elenchi sono compresi anche i Cavalli (o meglio gli equidi strettamente affini ai cavalli, agli asini e alle zebre, ma che appartenevano a specie diverse e che si estinsero in America).

Nei diversi continenti le estinzioni si presentano sfasate nel tempo e appare chiaro che non coincidono perciò con la massima punta di freddo, che è decisamente più antica, ma avvengono in un tempo in cui il clima, per quanto più freddo dell'attuale, era in fase di miglioramento e che tali estinzioni sono chiaramente legate e connesse al diffondersi di un certo tipo di "cultura" di "popoli cacciatori", nei cui insediamenti i resti della grossa selvaggina compaiono sempre abbondanti.

Gli equidi sono di origine nord-americana e nel loro continente sopravvissero sino a poche migliaia di anni fa e migrarono nel "Vecchio Mondo" nel corso degli ultimi due o tre milioni di anni.

L'intervento dei cacciatori dell'età della pietra ne causò l'estinzione nelle Americhe, dove i Cavalli tornarono solo in epoca storica dopo la scoperta dell'America e con il secondo viaggio di Cristoforo Colombo e dopo il 1492 .

Agli Incas del sud America, in attesa di Colombo, non restò di meglio che addomesticare al lavoro il lama.

- Ai popoli del "Vecchio Mondo" restarono gli equidi, cavalli, asini ecc., con tutto ciò che hanno rappresentato per la storia dell'umanità.

In questo periodo di tempo iniziava dall'Asia di sud-ovest la grande rivoluzione culturale del NEOLITICO.
Dalla caccia e dalla raccolta casuale dei prodotti delle piante si passò all'agricoltura e all'allevamento.
Tutto questo, rappresentò naturalmente un processo graduale.
Il primo animale domestico è il cane, addomesticato ancora nel Mesolitico. Si trattò della sola eccezione, poiché tutti gli altri animali furono addomesticati da popoli con civiltà agricolo-pastorali.
La prima ad essere addomesticata, dopo il cane, fu la capra (nella valle del Giordano) 7.000 a.C. .
La seconda fu la pecora (in Persia) tra il 6.000 e il 5.000 a.C..
Nel millennio che seguì tocco al bue e al maiale.
Tra la fine del quarto e l'inizio del terzo millennio i popoli neolitici migrarono in Europa e portarono con sé questi animali domestici.

Il cavallo era stato probabilmente sterminato in Italia e in buona parte dell'Europa meridionale e forse anche in Sicilia, ma sopravviveva, scarso, nell'Europa Centrale e un po' più numeroso nelle pianure russe.
Occasionalmente era ancora oggetto di caccia insieme ad altre grandi prede.

L'avvento delle civiltà neolitiche, agricole e pastorali rappresenta un fatto epocale ed è il fatto più rivoluzionario della nostra preistoria: il superamento di una soglia di primaria importanza.

Non dobbiamo meravigliarci se, una volta introdotto, l'uso degli animali domestici non si è diffuso con la velocità del lampo, ma bensì in maniera ineguale e a volte con estrema lentezza.

Non è affatto un caso che l'addomesticamento sia iniziato con gli animali più facili da sottomettere.

In ordine di tempo il cavallo è stato uno degli ultimi, anche se la sua storia sarà la più lunga e complessa tra gli animali domestici, tanto per le tecniche di addestramento e di impiego che per la selezione di razze, che lo porterà ad essere quello che maggiormente influirà sullo svolgimento della storia dell'uomo.

graffiti

Note - Info - Visite guidate - Bibliografia della prima parte

Bibliografia ed approfondimenti consigliati - Informazioni: Per il mesolitico nel palermitano. - La preistoria, di Sebastiano Tusa, in Storia di Palermo, a cura di Rosario La Duca, volume I, L'Epos, Palermo 1999, p 103 e ss., e dello stesso autore, Insediamenti necropoli e siti nella Conca d'Oro, alle pp. 135-139 del medesimo volume. Notevoli a riguardo il filmato di Stefano Savona inserito nel Cd Rom allegato al volume. - Augusto Azzaroli "Il Cavallo nella Storia Antica" - 1975 - L.L. Ed. Equestri.

Visite alla Riserva Regionale Naturale - Monte Pellegrino:
Si tratta di più di 1000 ettari di verde ubicati alle porte di Palermo che circondano un promontorio con tesori naturali e culturali che vanno dai siti fossili ai graffiti delle grotte carsiche dell'Addaura e Niscemi alla Chiesa di S. Rosalia...
Goethe lo definì il "più bel promontorio del mondo".
La rupe, presenta 134 grotte carsiche, che sono anche il segno discreto della presenza dell'uomo in questi luoghi sin dalla preistoria.
I graffiti delle grotte dell'Addaura e Niscemi sono dell'età della pietra, mentre gli scavi di Piano della Mandra risalgono ai periodi punico e tardo ellenico. La Chiesa S. Rosalia ricavata in una grotta testimonia il culto religioso medioevale. Non va inoltre dimenticata la Real Tenuta della Favorita commissionata da Ferdinando III di Borbone nel 1799. Il monte Pellegrino è un vero e proprio museo paleontologico all'aperto, poiché vi si trovano, oltre alle grotte, anche importanti siti fossilliferi databili a partire dal periodo Cretaceo.

Per le visite e maggiori informazioni contattare:
1) -Soprintendenza Beni Cult. ed Ambientali - Palermo Palermo (PA)
tel 091-7071294- 7071319 fax 091-6702070 - Visite gratuite previo accordo.

2) - Azienda Autonoma Provinciale per l'Incremento del Turismo Piazza Castelnuovo,35 - Palermo - tel. 091/6058111
Website ufficiale della provincia:
http://www.provincia.palermo.it/

3) - Rangers d'Italia, Viale Diana, Giusino, 90146 Palermo
Tel / fax: tel /fax 0916716066 cell. 347.3408393
e-Mail: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.
Sito web: http://www.riservamontepellegrino.palermo.it/

Museo Archeologico Regionale Antonio Salinas Piazza Olivella, 24 - Palermo tel. 091/6116805 - fax 091/6110740

I graffiti della grotta del Genovese a Levanzo - Isole Egadi:
La più piccola delle isole Egadi è Levanzo che, grazie alla natura prevalentemente montuosa e ad una limitata antropizzazione ha salvato diverse specie vegetali endemiche (circa 400). L'assenza di strade rotabili invita il visitatore al trekking attraverso piste non disagevoli e di indubbio fascino; si potrà, senza grandi difficoltà, raggiungere, seguendo il versante occidentale dell'Isola, la Grotta del Genovese, incontrando molte delle espressioni vegetali dell'Isola dal forte aroma selvatico. I graffiti della grotta del Genovese, databili intorno al 9200 a.C. , testimoniano di una comunità dedita alla caccia e già dedita anche alla pesca del Tonno, unita in vincoli tribali da rituali magici.
Introducendosi nella Grotta e abituandosi lentamente al buio si resta sopraffatti dal fascino che la riproduzione di stilizzati e simbolici danzatori produce. L'importanza sopranazionale del patrimonio archeologico di Levanzo merita certamente una visita.

Info Turistiche per visite a Levanzo e alla Grotta del Genovese:
Delegazione Comunale Levanzo, tel. 924089
Municipio Delegazione, Ctr. Capo Grosso tel.924089
Castiglione Guida (Grotte del Genovese) tel.924032

Azienda Autonoma Provinciale per l'Incremento Turistico: - 91100 TRAPANI TP - Via San Francesco D'Assisi - Tel. 0923545511 - 0923545544 - Fax: 092329430

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Levanzo: Grotta di Cala dei Genovesi

- Ingresso visto dal mare

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Isola di Levanzo -
Grotta di Cala dei Genovesi :

Figure umane

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Foto aerea di Levanzo

Parte Seconda
GRECI E ITALICI NELL'ITALIA MERIDIONALE

In Sicilia le prime influenze culturali di individui e/o di popolazioni provenienti dall'area del Mediterraneo-orientale si fecero in qualche modo "sentire" sin dal Neolitico.

Anche se l'inizio dell'età del bronzo in Sicilia è piuttosto oscuro, il quadro si fa tuttavia un po più preciso con la "cultura di Castelluccio", fiorita nella Sicilia di sud-est tra il 1500 e il 1400 a.C., periodo in cui iniziarono a svilupparsi quelle che potremmo definire le "industrie estrattive della selce" e la "metallurgia" (anche se quest'ultima era probabilmente fondata prevalentemente su materiali di importazione).

L'economia era basata sulla caccia, la pastorizia, l'agricoltura e la raccolta di frutti spontanei.
Alla cultura di "Castelluccio" (1500-1400 a.C.) risalgono anche i più antichi reperti di cavalli rinvenuti in Sicilia (purtroppo si tratta di poche ossa rinvenute mescolate a quelle di altri animali da macello), anche se al momento non ci è dato determinare e chiarire se si tratti di "cavalli selvatici" sopravvissuti sull'Isola oppure di soggetti importati.

Ad avvalorare la "tesi" che potrebbe trattarsi di soggetti "sopravvissuti" o comunque già presenti sull'isola da tempo, esisterebbero "testimonianze deducibili" da avvenimenti storici documentati e risalenti all'epoca del faraone egiziano Ramses III (1188-1157 a.C.):

- Trecento o quattrocento anni dopo l'avvio della fiorente "civiltà siciliana di Castelluccio" ed in pieno splendore della stessa, durante il regno di Ramses III i Libici, forti dell'alleanza dei "Popoli del Mare" tentarono di conquistare l'Egitto.

- Su chi fossero questi "popoli del mare" non abbiamo notizie molto precise: sembra che si trattasse di Fenici, Achei, Cretesi, Sardi, Siculi, Tirreni, tutti "occasionalmente" alleati dei Libici per tentare la conquista della fertile valle del Nilo.
- Questa "vicenda" politica sarà destinata ad avere un effetto estremamente interessante ed una conseguenza "curiosa" sulla storia della formazione delle razze in nord Africa e nell'intero "bacino del Mediterraneo" poichè:

"Il cavallo non fu portato in Libia attraverso l'Egitto, come sembrerebbe più logico e naturale, ma dai "Popoli del Mare" e tra questi, con ogni probabilità da quelli più prossimi alla Libia dal punto di vista "logistico".

Tali cavalli, stando ai graffiti rinvenuti ed alle pitture rupestri di varie parti del Sahara, sarebbero stati di statura superiore a quelli egiziani e con fattezze e caratteristiche morfologiche differenti, evidenziando essi un profilo della testa più montonino e più simile a quello dei cavalli berberi dei nostri giorni .
(da "Il Cavallo nella Storia Antica" - di Augusto Azzaroli - 1975 - L.L. Ed. Equestri).

carro-volante
"Carro al galoppo volante" con personaggi "testa a bastoncino". Tamajert - Tassili centrale - Algeria.
carro-volante
Inscrizioni tifinagh, personaggi "testa a bastoncino" e "carro al galoppo volante". Ti-n-Anneuin - Acacus - Libia.
isola

Gebel Uweinat: Massiccio-isola ubicato al cuore del Deserto Libico.

http://www.sahara.it/bm/saharaThree/zerzura/zrupestre/la-luna-dei-tebu.shtml

pitture

Pitture rupestri del Gebel-Uweinat

http://www.sahara.it/bm/saharaThree/zerzura/zrupestre/la-luna-dei-tebu.shtml


Talune pitture rupestri del Tassili-Ahaggar (anche riguardanti i cavalli, i cavalieri montati ed i carri stilizzati) sono attribuite all'inizio del primo millennio a.c. da Lhotte.

"I carri molto stilizzati, appaiono di tipo estremamente leggero: la cassa è ridotta al minimo, un allargamento triangolare della base del timone, nel punto di attacco con la sala. Il peso dell'Auriga è spostato in avanti, alleggerendo le ruote. Gli attacchi sono a due o a tre cavalli. Lo stile diffuso del "galoppo volante" è stato interpretato come un indizio di derivazione dall'arte cretese o micenea.
Insieme alle figure di carri troviamo anche figure di uomini a cavallo, che procedono al "galoppo volante": ma stranamente conducendo due cavalli affiancati, guidandoli senza redini, con un cappio al collo.
Una figura mostra addirittura un uomo seduto di fianco, con le gambe cadenti lungo il costato destro del cavallo: qui l'atteggiamento al galoppo non ha senso se non come stilizzazione di uso corrente, perché non è certo possibile a un'andatura veloce in queste condizioni (se non nell'attimo della discesa al volo n.d.a.) I cavalieri non sembrano combattenti ma scudieri che conducono i cavalli a qualche luogo di raccolta.

Vi sono però anche, in particolare nel deserto egiziano e nubiano, figure di cavalieri armati di lancia o di mazza.
Queste figure non sono associate a disegni di carri, né vi troviamo il galoppo volante; si ha l'impressione di trovarsi di fronte a una tradizione equestre e artistica diversa.

La datazione dei disegni rupestri è troppo incerta, e troppo poco sappiamo sull'origine e diffusione degli artisti (popoli n.d.a.) che li hanno tracciati, per ricostruire la storia dell'equitazione nel sahara.

In Libia l'uso del cavallo da sella si diffuse più tardi che altrove: Erodoto narra che, ancora nel quinto secolo, i "Garamantes" usavano inseguire gli aborigeni "Etiopi" nel deserto con carri trainati da ( 4) quattro cavalli (vedi graffiti n.d.a.).

(secoli dopo - n.d.a.) Quando nel 204 a.C. i Romani sbarcarono sulle coste africane per la loro seconda guerra punica contro i Cartagenesi, vennero a contatto, con le solite alterne vicende di alleanze e di ostilità, con i Numidi di Massinissa, di Siface e di Giugurta.
Questi numidi erano già cavallerizzi consumati, combattevano a cavallo e guidavano le loro cavalcature con la voce e con una piccola bacchetta, ma non usavano le redini.

Per il tipo di cavalli dobbiamo contentarci delle figure rupestri. Per quanto schematiche, queste mostrano con una certa frequenza cavalli dal profilo a montone, come nei cavalli berberi dei nostri giorni.
(Bibliografia: "Il Cavallo nella Storia Antica" - di Augusto Azzaroli - 1975 (pag. 34,35,36) - L.L. Ed. Equestri).

 

In Sicilia, successivamente alla cultura di Castelluccio ed all'incirca nello stesso periodo di tempo in cui in Emilia, in Toscana e nel Lazio "sbocciava" la fiorente civiltà etrusca ed iniziava l'allevamento dei loro pregevoli cavalli (quella civiltà etrusca che sarebbe durata poi dal IX al I secolo avanti Cristo, consentendo l'allevamento di quei pregevoli cavalli etruschi nevrili e di sangue e di forme armoniose, rinvenuti nelle tombe e visibili nei dipinti e bassorilievi e che sono del tutto diversi da quelli di razza più " rustica" dell'età del bronzo e del resto dell'Italia di centro-nord e d'Europa),
i Greci iniziavano la colonizzazione della Sicilia e/o di parte di essa e della zona più meridionale della penisola italica.

Trasferendosi in nuove terre, i Greci portarono con se il loro ingente patrimonio di culture, di esperienze, di tradizioni, di oggetti.
Di questo "patrimonio" fa sicuramente parte anche l'equitazione, intrisa delle stesse esperienze e caratteristiche così come si erano sviluppate ed evolute in Grecia, ivi compresa la passione per le corse e l'equitazione sportiva" in genere e la tecnica ormai raffinata del cavalcare.

Non ci è dato sapere con certezza se i greci, oltre al loro patrimonio culturale portarono con sé anche materialmente i cavalli, ma è ipotizzabile supporre che quantomeno un po' di cavalli "capostipiti" di pregio li portarono.

Si da tuttavia il caso che uno dei documenti più significativi sul livello raggiunto dall'equitazione greca sia stato ritrovato proprio in Sicilia, a Gela (ma si tratta di un oggetto importato, una coppa attica a figure nere del 570-560 a.C., raffigurante una processione o un corteo di cavalieri al "galoppo di cadenza").

Ovviamente, pregevoli, figure di bighe, di quadrighe e di cavalli e cavalieri sono alquanto frequenti nell'arte greca d'Italia, sia nei vasi, che nelle sculture di terracotta che nelle monete d'argento.

La cavalleria ed i cavalli di Gela sono ricordati anche dagli storiografi antichi e nelle vittorie di Olimpia:
- Nel 488, Gelone, potente ìpparcos (l'ípparcos era, negli eserciti greci, "generale della cavalleria") di Ippocrate tiranno di Gela, vince in Grecia ad Olimpia la gara della quadriga con suoi cavalli Siciliani.
- Passano appena tre brevi anni e nel 485 il brillante generale siciliano di cavalleria, succeduto a Ippocrate nella tirannide di Gela, entra, chiamato dagli stessi gamóroi ormai incapaci di difendersi da soli nelle lotte intestine, in Siracusa e vi trasferisce la sua capitale.
- Nel 479 il tiranno Gelone affrontò e sconfisse un esercito di 35.000-40.000 Cartaginesi guidati da Amilcare pur disponendo di forze minori e di soli 20.000 fanti e 2.000 cavalieri.
-
Allevare cavalli era, allora come oggi, estremamente oneroso e per questo le gare equestri erano considerate simbolo di prestigio e ricchezza ed in genere disputate solo da re, tiranni, gran signori.

Tuttavia, come avviene anche oggi negli attuali ippodromi, infatti, vincitore era considerato non già il fantino o l'auriga, ma il proprietario dei cavalli (il titolare della scuderia) e proprio per questo motivo, quindi, gli agoni ippici erano gli unici in cui uomini non più giovani, quali in genere erano i detentori del potere politico e della ricchezza, potevano cimentarsi indirettamente e vincere una corona olimpica.

Tra la fìne del VI e i primi decenni del V secolo a.C. sono dunque dapprima gli aristocratici gamóroi, poi i grandi tiranni siciliani, Gelone e Ierone di Siracusa, Terone di Agrigento, Polizelo di Gela, Anassila di Messina, a disputarsi le prestigiose vittorie olimpiche di Atene .

L'allevamento siciliano di prestigio non annovera in quel periodo solo cavalli, ma anche asini e muli (ibridi) di pregio. Gli ibridi entrano a pieno titolo nei grandi giochi panellenici di Olimpia con le mule, aggiogate alle agili bighe, accedendo a disputar gare né più né meno dei più focosi cavalli.
La gara dei cocchi mulari era disputata come tutte le altre gare ippiche prevalentemente da re, tiranni e gran signori che dalle più lontane póleis mandavano a Olimpia i loro più abili aurighi, i carri più belli e le più vigorose pariglie.

Di quanto orgoglio fosse fonte una vittoria in queste gare lo dimostrò Anassila, potente "tiranno" di Reggio e Messina, che, come ci racconta Aristotele e ci confermano le monete dell'epoca, volle immortalare sui conii delle due città, la sua biga di mule siciliane che aveva vinto e trionfato nell'Olimpiade del 480 a.C..

La prima vittoria di un equino siciliano alle olimpiadi non la si deve perciò ad un cavallo, ma ad una pariglia di "ibridi " (due belle Mule nevrili e di sangue nate dagli incroci tra l'asino e le cavalle di Sicilia).

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Le mule di Anassila (Tetradracma d'argento di Messina - circa - 480 a.C.) (notare il sediolo aerodinamico e la posizione dell'auriga, quasi un moderno "Driver" su un moderno Sulky)

Una viva testimonianza, quale eco dei trionfi olimpici dei cavalli e degli equini siciliani ci è inconfutabilmente offerta sia dalle cronache che dalle pregevoli testimonianze artistiche ed emissioni monetarie siciliane del periodo.

Non possiamo esimerci dal rilevare che i greci ebbero il grande merito di introdurre nell'equitazione un elemento del tutto nuovo, poiché nell'antichità e sino a quel momento il cavallo era stato usato esclusivamente in guerra, nella caccia, nelle parate e nelle corse (nelle civiltà dei pastori nomadi fu usato anche da lavoro), e solo con i greci compare per la prima volta l'equitazione praticata semplicemente come fine a sè stessa: l'uomo che monta a cavallo per il solo piacere di farlo.
Viene così sancita la nascita degli sport equestri nel bacino del mediterraneo.

Monete Equestri siciliane

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Didraema d'argento di Siracusa - circa 490-485 a. C.
Didracma d'argento di Siracusa - circa 530-510 a. C.
Decadraema d'argento di Siracusa -circa 480- 479 a.C
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Didraema d'argento di Gela - circa 480 a.C.
Tetradracma d'argento di Selinunte - 460-450 a.C.
Didracma d'argento di Gela - circa 420 a.C.
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Didracma d'argento di Imera - circa 440 a.C.
Tetradracma d'argento di Siracusa - Ultimo quarto del V sec. A.C.
Tetradracma d'argento - Siracusa - ultimo quarto del V se. A.C.
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Pentacontalitra d'oro - Siracusa - circa 413-410 o primi decenni del IV sec. a.C.
Decadraema d'Argento - Siracusa - circa 413-367 a.C
Tetradracma d'argento - Catania - circa 410 a.C.
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Tetradracma d'argento - Agrigento - 410 a.C. circa
Statere d'argento - Taranto - 380-345 a.C. circa
Statere d'argento - Taranto - 334 - 330 a.C. circa
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Triemistatere d'oro - Cartagine (Coniato in Sicilia verso il 260 a.C.)
Argento - Siracusa 275-216 a.C. circa

Vaso pintado de Liria (Valencia)
Il vaso di San Miguel de Liria (figura inferiore) contiene 57 signos, habiendo sido fechada hacia el tercio final del siglo V a. C

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